Quella della Montalcini è stata una visione umanistica della Scienza

La commemorazione in Senato

18 Gennaio 2013 (L’intervento in Senato per la commemorazione di Rita Levi Montalcini)

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Signor Presidente, onorevoli colleghi senatori,

Ricordiamo oggi una donna che, con la sua lunga esistenza, ha attraversato la storia, ha onorato la scienza, ha onorato il nostro Paese nel mondo, ha onorato l’umanità e, per oltre dieci anni, ha onorato anche questo Senato della Repubblica.

Il secolo abbondante trascorso su questa terra da Rita Levi-Montalcini non ci lascia solo la scoperta dell’NGF, il fattore di crescita nervoso che le valse il premio Nobel e che tante prospettive ha dischiuso per la speranza di cura di malattie gravissime. Ci lascia anche un insegnamento di vita scolpito nella sua attività di scienziata, ma anche nel suo impegno sociale e nelle tante testimonianze che, attraverso i suoi libri, ha dedicato soprattutto ai più giovani. Ci lascia una grande scuola, diffusa su tutto il territorio nazionale, impegnata ad approfondire quella scoperta che dopo sessant’anni rappresenta ancora una novità, presenta tutt’oggi molte potenzialità per il bene dell’umanità e racchiude in sé le radici della cura di molti mali pesanti.

Dell’uomo, Rita Levi-Montalcini amava soprattutto l’imperfezione. Come nell’errore risiede la scintilla dello sviluppo scientifico e intellettuale, così nel suo essere imperfetta risiede la meraviglia dell’umanità e la sua capacità di evolversi. Per questo ella, che ha conosciuto gli orrori del Novecento, non ha mai perso fiducia nel desiderio dell’uomo di conoscere, in quella spinta a continuare a cercare che è poi motore del progresso scientifico.

Ai giovani raccomandava impegno e senso di responsabilità, che riteneva motivo dei suoi risultati ancor più dell’intelligenza che, nonostante il suo schermirsi, noi sappiamo essere stata straordinaria. Si è molto spesa per la partecipazione delle donne alla vita pubblica in diverse latitudini del mondo, affermando le pari capacità, lottando per le pari opportunità, ma anche valorizzando le differenze come una ricchezza da non annullare. E malgrado non vivesse una dimensione religiosa, coltivava un profondo senso etico, dell’onore, dell’impegno, del rispetto e della responsabilità verso gli altri. Lo dico, signor Presidente, pur non avendo sempre condiviso alcune sue riflessioni, ad esempio sulla fine della vita.

Della scienza nutriva una concezione umanistica, di impresa di conoscenza al servizio della dignità dell’uomo. Una concezione che, come ha ricordato il professor Giorgio Israel nei giorni della sua scomparsa, le aveva fatto definire ripugnanti alcune ricerche sulla clonazione. Una concezione che l’aveva portata a non unirsi mai al coro di chi considera oscurantista qualsiasi obiezione a qualsiasi sviluppo della ricerca, e a criticare applicazioni che riteneva incompatibili con i principi di un’etica umanistica.

Rita Levi-Montalcini rifiutava le visioni totalitarie: per lei il concetto di verità assoluta non rientra tra le finalità della scienza, che è soddisfazione del desidero perenne di conoscere posto al servizio dell’umanità.

Della scienza ella aveva una visione complessiva. Riteneva che non potesse ridursi a un’analisi dei percentili: sarebbe stato come contemplare un mosaico soffermandosi sulle singole tessere senza cogliere il disegno d’insieme. La scienza, per lei, è in grado di rispondere alle richieste del nostro tempo solo se non si perde di vista il bisogno di conoscere la globalità dei fenomeni.

La chiave del suo straordinario percorso esistenziale, insomma, risiede nell’uomo. Anche nella curiosità che nutriva per le nuove tecnologie, la sua attenzione era rivolta soprattutto ai “nuovi Magellani” (così li definiva), giovani navigatori nell’era della modernità.

Proprio ai giovani Rita Levi-Montalcini lascia la sua eredità più preziosa, perché la scienza sia al servizio del bene comune e gli strumenti della tecnologia vengano impiegati per combattere le piaghe anche sociali del nostro tempo: l’analfabetismo, il razzismo, quella povertà che tanto l’aveva emozionata a Rio de Janeiro, la notte di Capodanno di sessant’anni fa, nei giorni in cui la sua intuizione trovava conferma in sede sperimentale, quando vide migliaia di “senza casta” scendere in spiaggia dalle loro capanne e gettare mazzi di fiori fra le onde. È questa l’immagine che vogliamo conservare, per ricordare così, nella sua scienza e nella sua umanità, il suo contributo; ed è con questa immagine che il Gruppo del Popolo della Libertà le rende omaggio.

Gaetano Quagliariello*

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