LA MATTANZA

Vanda Biffani

05_06_2013Foto01Ho investito questa ragazzina con il mio camion, sono sceso e l’ho presa a calci. Poi l’ho afferrata per la gola, l’ho trascinata in cima al camion e l’ho scaraventata giù. Ha avuto quello che meritava.

È la breve, terribile didascalia che accompagna una foto piaciuta ad 88 persone. Si tratta di una bimba di poco più di 4 anni. Sorprendono quel vestitino a fiori, la collana colorata che separa il contesto da un volto martoriato e i capelli arruffati. Offende anche solo l’idea di averla costretta a posare, vederla condivisa su una pagina di Facebook (finalmente chiusa) e approvata risulta insopportabile. Se avete già deciso di abbandonare questo articolo perché l’argomento non vi interessa, né riguarda o vi ferisce, chiedetevi comunque una cosa: “Sono anche io indifferente al problema o c’è dell’altro?

Negli ultimi anni migliaia di donne sono state brutalmente uccise nel nostro paese, il 70% di costoro aveva denunciato il proprio assassino per stalking, maltrattamenti e abusi. Quasi tutte, dalle testimonianze raccolte, avevano confidato ad amici e famiglia quello che stava loro accadendo.

La cadenza, un omicidio ogni 2/3 giorni, è talmente spietata da aver di fatto immunizzato l’opinione pubblica. Una mattanza diffusa; in Inghilterra ogni 9 minuti viene violentata una donna, in India continuano le aggressioni alle adolescenti mentre negli Stati Uniti il 30% della popolazione femminile di ogni età è stata stuprata, l’elenco potrebbe essere più lungo di una scheda elettorale.

Lunedì scorso, 27 maggio, la Boldrini bacchetta l’aula nel giorno in cui viene letta la Convenzione di Istanbul, il trattato 05_06_2013Foto02del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica: «Spiace vedere che sia così vuota».

Cosa ci sta accadendo, perché questa accettazione così profonda da rendere sorde persino le istituzioni e come può un nostro figlio di soli 17 anni dar fuoco ad una coetanea che gli urla pietà?

Potremmo chiederci che ruolo giochino la cultura, l’assuefazione alle immagini e la ricerca di popolarità. La foto della bimba è sopravvissuta a lungo nonostante le segnalazioni. Ma bruciando nel profondo di alcuni, ha sollevato un vento potente e le fiamme hanno iniziato a divampare in rete. http://www.fbrape.com/2013/05/25/6/

Facebook abbonda di pagine e gruppi che incitano, attraverso foto simili, allo stupro e alla denigrazione. È possibile 05_06_2013Foto03denunciare la violazione ma la reazione, spesso, sa di risposta automatica. Una notifica nella quale la segnalazione non viene ritenuta opportuna poiché “non rientra negli standard della comunità, che includono foto o post basati su razza, religione, sesso o disabilità.” L’esperimento è stato più volte tentato da alcune statunitensi coraggiose, capitanate da Laura Bates, dando vita ad una protesta che è sfociata nella raccolta di firme, nel tentativo di sensibilizzare il più diffuso social network del pianeta e costringerlo a nuove ed efficaci modifiche che blocchino la pubblicazione di immagini palesemente violente. http://www.xojane.com/issues/laura-bates-fbrape

Ancora oggi (24 maggio 2013 n.d.t.), la terrificante foto della bimba con gli occhi pesti è stata segnalata. I moderatori di Facebook si rifiutano di rimuoverla sostenendo che non viola le regole. Per questo stiamo chiedendo loro di ridefinire tali norme e prendere in considerazione l’istigazione all’odio”, dice Laura. “Gruppi come La prossima volta non rimanere incinta, Violenta una cagna incinta e raccontalo ai tuoi amici, Senza braccia e senza gambe no problem, resistono e ottengono consensi. Alcuni stanno reagendo, come la Nissan e la West Host che hanno annunciato il loro ritiro delle 05_06_2013Foto04inserzioni pubblicitarie sino a quando il social network non modificherà la sua politica in materia di stupro e violenza domestica. Ancora più importante, quasi 100 donne di fama mondiale, come Annie Lennox e organizzazioni per i diritti umani, hanno firmato e stanno sostenendo la nostra lettera aperta.

Spopolano foto di aspiranti modelle legate e imbavagliate, coperte di sangue, occhi cerchiati, ferite sulle labbra e vestiti laceri. Lo stupro è di moda, molto del materiale prodotto è riservato a pochi intimi e non sempre è accessibile. Le immagini scorrono veloci quotidianamente, a volte le interpretiamo come contraffatte per difesa, molti le commentano, condividono e senza tabù alcuno contribuiscono alla loro legittimazione, aumentando le visite. Un business adagiato sul fondale delle miserie umane.

Neanche una settimana fa le cronache di molti siti statunitensi hanno dibattuto riguardo a un video postato su FB ritraente uno stupro di gruppo, definendo il genere “documentari torvi per affermare che la violenza sessuale è uno strumento di controllo e potere, volti a contaminare le vittime più volte insultandole pubblicamente. Distribuendo le immagini della violenza attraverso i social media, si affermano il dominio e la possibilità di ferire la vittima più e più volte.

Una tendenza, neanche tanto nuova, spinge a registrare la propria malvagità con il telefonino per poi condividerla in rete con l’intento di raggiungere moltissimi utenti. Il video in questione crea però un precedente, i pubblici ministeri di Chicago hanno annunciato che i tre adolescenti coinvolti saranno processati come adulti per violenza sessuale aggravata di stupro nei confronti di una ragazza di 12 anni. http://nymag.com/thecut/2013/05/sad-upside-to-rapists-posting-on-facebook.html?

Nella sua lettera agli adolescenti letta lo scorso 26 maggio a Che tempo che fa,Gramellini tenta di mettere in guardia i ragazzi dalle insidie della rete: “Capisco bene che un’infamia su Facebook abbia il potere di sconvolgervi la vita. Succede anche a me, che in teoria sarei un adulto, ma quando qualcuno mi insulta su Internet ritorno un adolescente pieno di insicurezze. Però bisogna resistere, ragazzi.

La crudeltà esibita in rete si diffonde e fa proseliti, una regolamentazione più rigida e una risposta più attenta alle segnalazioni si rende necessaria. Nel frattempo, semmai vi dovessero capitare una foto, un contenuto o un’immagine che graficamente incitino all’odio e alla violenza segnalate, pretendete di essere ascoltati. Siete sulla buona strada per contribuire, avete letto l’intero articolo.

http://www.womenactionmedia.org/facebookaction/open-letter-to-facebook/

Le foto che accompagnano l’articolo che appare sulla pagina informatica d Enciclopedia Treccani, sonno state prese da una lunga serie di immagini di donne che hanno subito violenze e orribili maltrattamenti, e che appaiono sulla pagina di Google immagini

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