La farmacia del buon Dio  a volte fa miracoli

Curarsi con le erbe

Le "erbe magiche"

Le “erbe magiche”

Nelle nostre campagne, e addirittura lungo i fossati appena fuori delle città, crescono piante medicinali molto comuni come l’ortica, la salvia o il biancospino: approfittiamone.

Le .piante medicinali: un tema vecchio quanto il mondo, che ha sempre interessato vivamente l’uomo e, forse ancora prima dell’uomo, gli animali guidati dal loro istinto. È nata così l’erboristeria, sorella della botanica e della farmacologia: è scienza che deriva motivi di ricerca e spunti di applicazioni terapeutiche dalla vasta e secolare esperienza dei popoli.

Tenuto conto di ciò, guardiamo oggi con attenzione, con rispetto e possibilmente con profitto (dopo le molte « malefatte » dei moderni tarmaci sintetici) alla « farmacia del buon Dio » come dicevano i nostri vecchi, e cioè alle amiche piante medicinali.

Ognuno sa, all’incirca, come possa venire botanicamente smembrata una creatura vegetale; molti, tuttavia, ritengono, per esempio, che la carota (quella commestibile) sia la « radice » o, peggio, il « frutto » della pianta  di cui è invece il fusto, né più né meno della patata o della rapa… È necessario, pertanto, fissare bene alcuni punti preliminari di ordine descrittivo.

Che cos’è, anzitutto, la radice di una pianta? Si tratta di quella parte, destinata ad assorbire nutrimenti, che non da mai origine a gemme o a foglie; si distinguono una radice principale, in diretta continuazione col fusto, e radici secondarie, diramate dalla principale; le radici sono solitamente affondate nella terra, ma esistono pure delle radici aeree e delle radici natanti nell’acqua.

Fusto vien detta la parte della pianta  che si sviluppa, in genere, verso l’alto; esso può essere erbaceo o internamente vuoto, può presentare rami fino dalla sua base o essere lignificato solo nella metà inferiore; quando è aereo, presenta rami di vario ordine; ma talora esso è sotterraneo (bulbo, tubero, rizoma, ecc.).

Si chiamano foglie le parti verdi della pianta, che nascono dal fusto o dai rami, lateralmente. Per la loro forma, le foglie che constano di un picciòlo, di una lamina e di una guaina) si dicono aghiformi, lineari, lanceolate, ovalate, scudiformi; hanno margini interi, dentellati, seghettati, sinuosi e sono ora lobate, ora fesse, ora partite, ora settate.

Chi mai ignora che cosa siano i fiori!

 loro calici, coi sepali (foglioline verdi poste alla base) e coi petali (foglioline colorate e profumate) appaiono tubulari, campanulati, imbutiformi, anforiformi, isolati e voluminosi, piccolini e riuniti in infiorescenze (a spiga, a grappolo, a pannocchia, a ombrello). Dai fiori, poi, si sviluppano i frutti, che racchiudono i semi; anche i frutti, come i fiori, sono semplici o riuniti in infruttescenze.

In ciascuna delle sue parti, la pianta medicinale contiene sostanze peculiari capaci di esercitare sul corpo azioni favorevoli per questa o quella malattia (enzimi, alcaloidi, glucosidi, saponine, betaine e così via).

Le « erbe medicinali » possono essere utilizzate in vari modi: sotto forma di decotti, infusi, sciroppi, tinture, estratti fluidi. Vediamo di impratichirci anche di queste principali « preparazioni erboristiche ».

erbe di campo

erbe di campo

Decotto. Serve a estrarre sostanze attive da fusti, radici o foglie. Pertanto è necessario un bagno preliminare di mezz’ora o più in acqua fredda, seguito da bollitura a piena fiamma per dieci minuti o più. Questa è la tecnica del decotto classico. Ma a volte potrà essere utile protrarre l’ebollizione fino a ridurre l’acqua di par­tenza a un determinato volume (la metà, un terzo, un quinto, secondo i casi): ecco, allora, il decotto concentrato.

Infuso. In un recipiente di terracotta, maiolica o porcellana, si mettono alcune cucchiaiate della parte erbacea, per solito già essiccata, vi si versano una o più tazze di acqua bollente, lasciando poi il tutto coperto per qualche tempo; poi si filtra attraverso un colino o una pezzuola di lino, spremendo bene anche il materiale rimasto sul filtro.

Sciroppo. Decotto o infuso possono diventare sciroppo con un’abbondante aggiunta di zucchero o miele, talora anche di piccole quantità di alcool. La quantità di dolcificante necessaria è circa la metà, in peso, del decotto o dell’infuso. L’alcool si aggiunge in piccolissima quantità (un cucchiaino o due di brandy o di rhum ovvero un cucchiaio o due di marsala, di malvasia o di aleatico, ogni mezzo litro).

Tintura. Le parti utili della pianta medicinale, tagliate in piccoli pezzi o polverizzate, si pongono in alcool a 95 gradi, dentro un recipiente ben chiudibile: la durata di tale immersione, in genere, è di circa una settimana; poi il tutto si filtra accuratamente. Le dosi ottimali sono di una parte di sostanza vegetale su cinque parti di alcool; la preparazione così ottenuta si mantiene efficace per lungo tempo.

Estratto fluido. L’esempio più semplice è costituito dal succo fresco di determinate piante medicinali; foglie o radici pestate in un mortaio danno luogo, appunto, a un liquido denso che, accuratamente filtrato, può venir somministrato a cucchiaini; in altri casi ci si può servire di un frullatore, così da propinare poi al malato un «frullato » di pianta medicinale.

Continua in “Come riconoscerle”

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