Rapporto annuale Censis: il 60% degli italiani teme di poter diventare povero da un momento all’altro. Forte aumento dei Neet (coloro che non studiano, non lavorano e non hanno speranze) e della disoccupazione giovanile: aumentano le disuguaglianze.Italia ed europa di notte

    Italia “Paese delle sette giare”: come ogni anno, in occasione del suo Rapporto annuale, il Censis conia una definizione d’effetto per la situazione sociale. Quest’anno si parla di “profonda crisi della cultura sistemica”: siamo una “società liquida che rende liquefatto il sistema”. Interessi e comportamenti individuali e collettivi si aggregano in mondi chiusi in se stessi. Sono le giare, contenitori con una ricca potenza interna ma che non dialogano tra loro: poteri sovranazionali, politica nazionale, istituzioni, minoranze vitali, gente, sommerso e media. Una società stremata da sei anni di crisi e che ormai si aspetta solo il peggio. Le famiglie che si barricano dietro un risparmio che cresce nonostante il crollo dei redditi, ma che non si traduce né in consumi né in investimenti, è “un cash di tutela”. Un capitale umano che vorrebbe essere energia lavorativa ma che rimane al palo. Un patrimonio culturale ingente ma che non produce valore perché è mal gestito o non è gestito affatto.

     E’ sempre più l’Italia dei social network, utilizzati dal 49% della popolazione e dall’80% degli under 29, ma anche della solitudine segnata dalla diffidenza: solo il 20,4% degli italiani pensa che gran parte della gente sia degna di fiducia, mentre il 79,6% è invece convinto che bisogna stare molto attenti. E infatti domina la paura: il 60% degli italiani ritiene che a chiunque possa capitare di finire in povertà”.

    E’ singolare che in un Paese in recessione per la terza volta in sei anni contanti e depositi bancari possano aumentare, eppure è così, più 4,9% tra il 2007 e il 2013. Il 44,6% delle famiglie destina il proprio risparmio  alla copertura da possibili imprevisti. In più, il contante è anche lo strumento preferito per quella che il Censis chiama “l’immersione difensiva degli italiani”: il nero, il sommerso, l’evasione e l’elusione fiscale: la spesa pagata in contanti dalle famiglie italiane, le ultime in Europa per l’utilizzo dei sistemi di pagamento elettronici, si può stimare in circa 410 miliardi di euro, il 41% del totale. I 15-34enni costituivano già prima della crisi il 50,9% dei disoccupati, ma adesso sono arrivati a quota 75,9%. In forte aumento anche i Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non svolgono attività di formazione, passati dai 1.946.000 del 2004 ai 2.435.000 del 2013. I giovani sono anche la maggior parte dei sottoinquadrati, orami il 19,5% degli occupati. Nel 2004 era occupato il 60,5% dei giovani, nel 2012 era occupato il 48%: in meno di dieci anni sono scomparsi oltre 2,6 milioni di occupati, con una perdita di oltre 142 miliardi di euro che si ripercuote drammaticamente già adesso sul sistema di welfare. Per chi lavora i salari sono bassissimi: di 4,7 milioni di giovani che vivono per conto proprio, oltre la metà ricevono un aiuto economico dai genitori.

    L’Italia non spreca solo le sue energie umane migliori, ma anche un patrimonio culturale che pone il nostro Paese al primo posto nella graduatoria dei siti Unesco. Se ne occupano infatti solo 304.000 lavoratori, l’1,3% del totale, la metà di quelli degl Regno Unito (755.000) e della Germania (670.000), ma molto meno anche dei 409.000 della Spagna. I risultati sono evidenti in termini economici: nel 2013 il settore della cultura produceva un valore aggiunto di 15,5 miliardi di euro, contro i 35 miliardi di euro della Germania e i 27 della Francia. Calano anche i consumi culturali interni, visto che gli italiani sono costretti a tagliare su tutto: la quota di chi è andato a visitare un museo o una mostra è passata dal 30,1% del 2010 al 25,9% del 2013, mentre quella di chi ha visitato siti archeologici e monumenti dal 23,2% al 20,7% e di chi ha assistito a uno spettacolo teatrlae dal 22,5% al 18,5%.

    Non c’è da stupirsi di come, in una società così spaventata, impoverita e ripiegata su se stessa gli italiani siano particolarmente cinici nel rispondere alla domanda su quali siano i fattori più importanti per riuscire nella vita. L’intelligenza raccoglie solo il 7% delle risposte, il valore più basso dell’Unione Europea. All’istruzione va meglio perché viene indicata dal 51% contro però l’82% della Germania e il 63% della media europea, mentre il lavoro duro conta per il 46% degli intervistati contro il 74% del Regno Unito. Superiamo gli altri Paesi quando si arriva alle conoscenze giuste (indicate come fattore chiave dal 29% degli italiani contro il 19% dei britannici), alla provenienza da una famiglia benestante (20% contro il 5% indicato dai francesi). Con la crisi le distanze tra le aree del Paese si sono acutizzate. Così, se il tasso di occupazione della fascia 25-34 anni a Bologna è il 79,3%, a Napoli si ferma al 34,2%, mentre la quota di laureati passa dall’11,1% di Catania al 20,9% di Milano e la quota di persone che non pagano il canone Rai passa dal 58,9% ancora una volta di Napoli al 26,8% di Roma.

     Gli immigrati sembrano affrontare la crisi meglio degli italiani. Negli ultimi sette anni infatti le imprese con titolare extracomunitario sono aumentate del 31,4% mentre quelle gestite da italiani sono diminuite del 10%. Diffusissimi i negozi di alimentari gestiti da stranieri, soprattutto quelli di frutta e verdura, che a fine 2010 rappresentavano il 10% del totale. Vi fanno la spesa, almeno qualche volta, 33 milioni di italiani. Bene anche le imprese artigiane, cresciute del 2,9% negli ultimi due anni contro il calo del 4,5% di quelle italiane.

     In questo panorama desolante, il Censis ha raccolto alcuni dati che testimoniano la persistenza di un certo fascino del “modello Italia” all’estero. Siamo la quinta destinazione turistica al mondo con 186,1 milioni di presenze turistiche straniere nel 2013 e 20,7 miliardi di euro spesi, con un aumento del 6,8% rispetto al 2012. E l’export del Made in Italy è aumentato del 30,1% in termini nominali tra il 2009 e il 2013. poi, forse il dato più stupefacente, 200 milioni di persone parlano la nostra lingua nel mondo.

05 dicembre 2014   CENSIS

 

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