Fra tutte le conoscenze, quelle che il nostro cervello conserva e difende con maggiore tenacia sono quelle relative al cibo, tanto da essere  fra le ultime a essere perse dai pazienti che soffrono di gravi problemi neurologici come la malattia di Alzheimer e le afasie primarie progressive (PPA), un gruppo di patologie caratterizzato dalla perdita delle capacità semantiche e linguistiche. E questo giustificherebbe anche la difficoltà  a togliere dalla nostra dieta i cibi che ci piacciono tanto anche se ci fanno tanto male

il cibo che piace alla giovane   Dai risultati della ricerca, è emerso che la conoscenza ( e il desiderio) del cibo tende a preservarsi meglio rispetto ad altre conoscenze e che, fra i diversi alimenti, è tanto più resistente quanto più il cibo è percepito dal soggetto come altamente calorico: nei pazienti con PPA, per esempio, la capacità di recuperare il nome di un cibo particolarmente ricco permaneva anche quando era ormai svanita per alimenti più poveri. D’alta parte, ricordano i ricercatori, precedenti ricerche avevano già mostrato che i nomi degli alimenti più calorici sono anche quelli che vengono acquisiti per primi nel corso della vita.
“Non dovrebbe sorprendere che, anche in presenza di un calo cognitivo generalizzato, il cibo tenda in qualche modo a resistere meglio”, ha detto Rumiati. “Non è difficile intuire come la pressione evolutiva possa aver spinto verso una maggior robustezza dei processi cognitivi legati al pronto riconoscimento di uno stimolo che forse è il più importante per la sopravvivenza.” Senza contare che rappresenta anche uno dei più importanti piaceri della vita.
I ricercatori, in collaborazione con Caterina Silveri del Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” di Roma, hanno cibi e vini italianisottoposto un gruppo di pazienti affetti da disturbi neurologici a una serie di test mirati a rilevare il loro livello di comprensione semantica e la capacità di categorizzazione del cibo. In alcuni test era chiesto ai soggetti, per esempio, di nominare diversi alimenti che venivano loro mostrati in foto oppure attraverso una descrizione organolettica, o ancora in entrambe queste due modalità, oppure di riconoscere quali degli oggetti mostrati erano commestibili e quali no.
Proprio grazie a questa particolare resilienza delle conoscenze sugli alimenti, lo studio potrebbe rivelarsi di particolare utilità per la nostra comprensione del modo in cui il cervello organizza le proprie conoscenze in generale.

La scoperta è frutto di uno studio effettuato da ricercatori italiani diretti da Raffaella Rumiati della Scuola internazionale superiore di studi avanzati (SISSA) di Trieste, che firmano  un articolo pubblicato su “Brain and Cognition”   – curato da Rumiati e Giuseppe Di Pellegrino, dell’Università di Bologna – interamente dedicato agli studi cognitivi sul cibo, un argomento che ha attirato l’interesse degli studiosi solo in anni recenti

Leave a Reply
Your email address will not be published.
  • ( will not be published )