erbacce in carriolaState di nuovo strappando quel ciuffo di foglie coriacee che ogni anno a primavera ricresce nel bel mezzo del vaso di azalee? Fermi, non fatelo! Piuttosto estirpate le azalee. Le erbacce su cui continuate ad accanirvi sono quanto di più sano potreste mettere in tavola (sempre che non ci abbiate versato prodotti chimici), e potrebbero trasformarsi nell’ingrediente chiave del vostro pranzo dì oggi. Uno scherzo? No, è stato calcolato che il 40-60% di quel che eliminiamo dai vasi o dal terreno è commestibile, buono e nutriente. Anzi, protettivo più che nutriente. Con l’arrivo della primavera fanno capolino nei prati, sulle aiuole spartitraffico, perfino sui marciapiedi. le troviamo banali, spesso fastidiose. Ma sono un concentrato di salute.

 Cicoria, asparago selvatico, piantaggine, pimpinella, borsa del pastore, silene, ortica, portulaca, dente di leone, ecc. : si tratta delle verdure delle nostre origini. L’uomo primitivo conosceva e consumava migliaia di varietà di verdure. Nel tempo la necessità di produrre quantità sempre più grandi di cibo ha inevitabilmente condotto a una selezione delle varietà botaniche coltivate a scapito della varietà e della composizione in nutrienti. Oggi poche piante coprono il 95% del fabberbe di campoisogno nutrizionale mondiale. Secondo i dati raccolti dal WWF, delle oltre 7 mila specie che l’uomo ha raccolto o coltivato nei secoli, solo 150 sono attualmente utilizzate a livello mondiale. Ma soltanto 12 forniscono oltre il 70% dei prodotti alimentari e 4 specie, ossia riso, mais, frumento e patate, rappresentano oltre il 50% dell’approvvigionamento mondiale di cibo. Migliaia di piante dimenticate, dunque, inutilizzate. E vitamine e micronutrienti persi.

  Andar per prati non è quindi solo un divertimento, un passatempo nostalgico per tornare all’alimentazione delle nostre origini o dei nostri nonni, che lo facevano assieme ai nipoti, attingendo alle ricette messe a punto quando la scarsità di cibo costringeva all’alimurgia (termine derivato da “alimenta + urgentia” e coniato dal medico, botanico e naturalista Giovanni Targioni-Tozzetti dopo la carestia del 1764), o meglio alla fitoalimurgia, vale a dire all’alimentazione a base di specie vegetali da usare in caso di urgenza alimentare. Non è neppure semplicemente una moda, visto l’impiego sempre più frequente di erbe selvatiche da parte degli chef più famosi, di ristoranti locali, di feste paesane e delle copertine dei magazine di cucina. Andar per prati è soprattutto un espediente per arricchire la nostra alimentazione e migliorare la nostra salute. Una ‘terapia integrata’, tra l’altro, che è del tutto gratis.

soffioneDisordine apparente. Ma perché le erbe di campo fanno così bene? Perché sono forti, resistenti e si diffondono ovunque: le stesse caratteristiche che ce le rendono insopportabili. Il concetto è che le sostanze che permettono loro di sopravvivere in ambienti inospitali, con condizioni meteorologiche critiche, scarsità di cibo e nella continua competizione con altre varietà, proteggono e rendono più forti anche noi. Vitamine e sali minerali, certamente, ma anche antiossidanti ed omega 3: micronutrienti sempre più scarsi nelle coltivazioni super protette delle nostre serre o nei terreni controllati e lavorati in modo intensivo fino all’impoverimento. Tanto che siamo costretti ad assumere sempre più spesso integratori di magnesio, zinco, silicio, acidi grassi polinsaturi, ecc. È un vero controsenso. Usando molta acqua, energia e talora chimica., fatichiamo per “pulire”, ordinare e arricchire i campi che coltiviamo cercando di favorire la crescita delle piante che abbiamo scelto per nutrirci, senza accorgerci che l’ordine naturale è proprio quello che cerchiamo di sovvertire. Lo stesso che proteggerebbe e fornirebbe humus naturale al campo stesso. È stato calcolato che per produrre i nostri ortaggi estirpiamo una mole di erbe che oltrepassano in peso e spesso in qualità il raccolto che poi otteniamo.

 Sul valore nutrizionale delle cosiddette “malerbe” sono stati condotti diversi studi anche in Italia, soprattutto dal 1970 in avanti. Il Bollettino ufficiale della Società italiana di botanica riporta ad esempio un’analisi nutraceutica condotta qualche anno fa dal Dipartimento di biologia applicata dell’Università di Perugia su quattro specie di erbe commestibili comunemente utilizzate appartenenti alle famiglie botaniche più comuni, ossia le Compositae, le Cruciferae e le Rosaceae. Le piante analizzate hanno mostrato la presenza di tutti i principi alimentari energetici, con un contenuto di ferro superiore a quello della carne, bassi livelli di sodio e alti livelli di potassio, calcio, magnesio. Sono state inoltre rilevate ottime concentrazioni di -carotene e vitamina E. Dati del tutto simili e spesso superiori, incluso il contenuto di fibre, a quelli riscontrati negli ortaggi coltivati. Lo studio evidenzia l’importanza di una possibile commercializzazione di queste piante per soddisfare la crescente domanda di antiossidanti naturali, attualmente stimata in 5000 unità ORAC/giorno, necessari a controbilanciare i radicali liberi e a frenare i sempre più diffusi processi degenerativi. Permettendo di rispondere quindi più efficacemente alla regola delle 5-10 porzioni di frutta e verdura giornaliere tanto raccomandate dai ricercatori

a cura Rita Spèngano

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