Contro l’influenza è meglio scommettere

La  protezione migliore contro l’influenza potrebbe essere ottenuta con vaccini creati non a partire dai ceppi virali già in circolazione, ma da quelli immunologicamente più distanti da essi, scommettendo in pratica sulla comparsa di ceppi che non esistono ancora. A sostenerlo è uno studio che ha messo a punto un modello per visualizzare il “paesaggio anticorpale” di persone e popolazioni.

Vaccino per l'influenza      Preparare vaccini per l’influenza scommettendo sulla comparsa di ceppi che ancora non esistono potrebbe essere una strategia più efficace che svilupparli a partire dai ceppi già in circolazione. A questa conclusione, solo apparentemente paradossale, è giunto un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge che ha sfruttato una sofisticata tecnica di analisi delle reazioni immunitarie, detta del “paesaggio anticorpale”, per definire i criteri con cui mettere a punto questi vaccini.

Prevedere l’evoluzione del virus dell’influenza

      La decisione sui vaccini antinfluenzali da sviluppare viene presa ogni anno a febbraio dall’OMS sulla base dei ceppi virali presenti in quel momento. Tuttavia, nel lasso di tempo fra questa decisione e l’inizio delle campagne di vaccinazione nell’ottobre successivo il virus può essersi evoluto in misura tale da ridurre notevolmente l’efficacia del vaccino.

Nella nuova ricerca, descritta in un articolo su “Science”, Judy M. Fonville e colleghi, hanno dapprima raccolto una vasta quantità di dati immunologici relativi alle reazioni anticorpali ai virus dell’influenza, fra cui quelle di oltre 200 soggetti monitorati, prima e dopo le vaccinazioni, per sei anni. Sulla base di questi dati sono riusciti a mettere a punto un modello al computer che permette di visualizzare l’evoluzione della risposta immunitaria ai diversi ceppi di virus influenzale di una persona o di una popolazione.

    Questo nuovo modello ha permesso ai ricercatori di valutare quantitativamente per i diversi ceppi un importante effetto la cui esistenza era già stata segnalata fin dal 1941, l’amplificazione retrograda (back-boosting). Di fatto ogni infezione da un nuovo ceppo di influenza aumenta i titoli anticorpali contro tutti i ceppi che un soggetto aveva precedentemente incontrato nella propria vita, ma l’effetto è più sensibile su ceppi che hanno provocato infezioni recenti    Grazie alla valutazione del back-boosting  e alla disponibilità del paesaggio anticorpale, i ricercatori hanno quindi calcolato che la migliore protezione dall’influenza non si otterrebbe con un vaccino mirato a stimolare le difese immunitarie contro il ceppo prevalente della stagione precedente, ma con un vaccino che induca la produzione di anticorpi contro nuovi  ceppi .

      Nel primo caso infatti si otterrebbe una buona difesa solo nel caso se la nuova influenza è dovuta a un virus che ha subito piccole mutazioni. Nel secondo caso, invece, si fornirebbe una difesa efficace contro la comparsa di un virus fortemente mutato (e quindi molto più pericoloso), proteggendo comunque i pazienti dai virus più affini a quello vecchio..

       “Di fronte all’incertezza su come e quando il virus dell’influenza potrebbe evolvere – commenta Judy M. Fonville – è meglio scommettere che essere conservatori.” Cioè è meglio vaccinarsi. 

Fonte “Le Scienze”

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