Negli ultimi anni si è fatta strada l’idea – sbagliata -che le medicine di sintesi, in quanto non «naturali», possano presentare maggiori rischi dei preparati fìtoterapici. Per fare un minimo d’ordine abbiamo parlato con autorevoli esponenti dell’uno e dell’altro campo.

Piante medicinali

Piante medicinali

Le insidie del naturale: sgombriamo il campo da un luogo comune tra i più diffusi e falsi: non tutte le piante sono «buone». Alcune sono addirittura tossiche, altre comunque «cattive»: dunque «naturale» non è sinonimo di innocuo. E in ogni caso, non ci sono erbe buone in assoluto, poiché la loro efficacia dipende da una serie cospicua di variabili. Quella genetica: esistono molte varietà della stessa pianta da cui si ottengono estratti completamente diversi. Stesso discorso vale per le parti della pianta. Influiscono anche l’ambiente in cui crescono, le modalità di coltivazione, il periodo di raccolta, la conservazione. E proprio Insidie del naturale è il titolo del libro di Fabio Firenzuoli (Tecniche nuove, pag. 184), medico all’ospedale di Empoli e presidente dell’Associazione nazionale medici fìtoterapici (Anmfit).

 E allora vediamo in dettaglio che cosa si intende per fitoterapia.

«Certo, la premessa che le erbe in sé non siano necessariamente buone è doverosa», dice Firenzuoli, «ma è necessario affermare con altrettanta tranquillità e certezza che la fitoterapia, intesa come cura delle malattie con le piante medicinali e i loro derivati, può rappresentare realmente un aspetto importante della terapia medica. Insisto su questo punto: la fitoterapia non è una medicina alternativa, termine che spesso si carica di valenze negative, ed è diversa dalla semplice erboristeria medicinale».

L’obiezione arriva dal professor Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano: «Non parlerei di fitoterapia perché non ha senso classificare i farmaci sulla base della loro origine, na­turale o di sintesi. La moderna farmacologia utilizza le erbe come ipotesi: oggi si può identificare il principio at­tivo, se esiste. E che il principio attivo venga estratto da una pianta o sintetizzato dai chimici non è rilevante». Garattini ha aperto la porta su un altro campo di riflessione: il principio attivo.

Risponde – a distanza – Firenzuoli: «II farmaco fitoterapico è un fitocomplesso, che riproduce quanto più da vicino la composizione reale della pianta, senza particolari selezioni di uno o più principi attivi. Perché, oltre al cosiddetto principio attivo, nelle erbe sono presenti muciilagini, tannini, vitamine. E anch’essi svolgono un ruolo importante, diretto (certe muciilagini funzionano da antinfiammatori), e indiretto, per esempio riducendo la tossicità».

Un aspetto importantissimo è quello dei controlli e della regolamentazione   

        «I ‘farmaci-chimici subiscono un esame sulla qualità, tossicità ed efficacia da parte delle autorità preposte, cosa che non succede con le “erbe”», dice il professor Garattini. «Si dovrebbe mettere a punto una legislazione volta a proteggere gli interessi dei pazienti. In questi ultimi decenni la valutazione dell’efficacia dei farmaci è migliorata, mentre si continua a proporre indiscriminatamente estratti vegetali perpetuando, per molti motivi, un disservizio. Intanto è difficile controllare la composizione di questi estratti a causa della loro variabilità, e poi non esistono organi pubblici di controllo. Così come non sono disponibili studi clinici “validati” da autorità istituzio­nali con funzioni regolatorie. E resta dunque la possibilità di effetti tossici».

         Vuoto legislativo? Ancora per poco: un disegno di legge è in arrivo. «E’ vero, non esiste una legislazione specifica per la fitoterapia», dice il dottor Firenzuoli. «C’è un disegno di legge ormai in dirittura d’arrivo, che riguarda le medicine non convenzionali, dove è stata inserita la fitoterapia, secondo me impropriamente. Perché la fitoterapia è parte integrante della medicina scientifica. E’ necessario che il fitoterapico pos­sa essere registrato come farmaco e sottoposto a tutti i controlli previsti. In questo senso si sono espressi positiva­mente sia l’Organizzazione mondiale della sanità sia alcune direttive dell’Unione europea».

        In guardia contro tutti i rìschi: come tutelarsi. Firenzuoli suggerisce qualche necessaria istruzione per l’uso: «Se si tratta di prendere in maniera sporadica una tisana, non c’è alcun problema. Ma se parliamo di malattie vere, che possono andare dall’ansia all’ulcera, allora è bene rivolgersi al medico di famiglia che conosce la situazione sanitaria del paziente e poi al fitoterapeuta. Che “in scienza e coscienza” dovrà decidere la cura più funzionale a quella patologia. E’ necessario ricorrere a prodotti che abbiano una sicurezza documentata; informarsi dettagliatamente sul modo di impiego ed evitare l’uso improprio. L’aglio in compresse è per esempio consigliato come rimedio antiaterosclerosi, ma se si fanno impacchi a diretto contatto con la pelle contro i versamenti endoarticolari, non solo non fa alcun effetto, ma procura una dermatite ulcerativa».

        Il filo conduttore per arrivare al termine del labirinto ce lo porge il professore Eugenio E. Miiller, ordinario di Farmacologia all’Università di Milano. «Nessuno nega le potenzialità terapeutiche di molte erbe. Purché ci sia una caratterizzazione chimica molto puntuale sulle dosi, le vie di somministrazione, gli effetti collaterali. E’ ciò che da anni chiede la medicina ufficiale: che si possano applicare a questi prodotti tutte le at­tenzioni usate per i farmaci “chimici”». Nessuna chiusura preconcetta? «No» credo che la medicina debba al­linearsi su una posizione di ostilità. Ciò che è richiesto, da parte di tutti, è un atteggiamento mentale laico, non fideistico, non dogmatico».

Silvia Bergero

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