6. I giocattoli

Spesso per tradurre in concreto le loro immaginazioni i bambini hanno bisogno di oggetti e questo lo si è compreso da tempi immemorabili. Non è un caso che si siano trovati carrettini e trottole, fischietti d’osso o d’argilla, gabbiette, barchini e bambolotti fin dall’antichità e sotto i cieli più diversi: incamici, aztechi, greci, etruschi, romani, celtici, egizi, cinesi… per non parlare della pigotta, la bambola fatta di cenci, chiamata così in Lombardia (ma esistente con altro nome in altre regioni). Lo Zingarelli definisce i trastulli e balocchi «oggetti idonei a divertire i bambini». Il bambino però non utilizza solo quelli come giocattoli, ma anche molte altre cose (e non solo cose) che, pur non avendo quella funzione, l’assumono per lui.

Possiamo definire giocattoli “quei materiali che ispirano, sollecitano, stimolano, coadiuvano il gioco» (al quale, tuttavia, non sono strettamente necessari). Da questo punto di vista, allora, possono considerarsi giocattoli soltanto gli oggetti ,gli strumenti, gli attrezzi prodotti (dall’adulto) in maniera esclusiva per essere giocattoli. Alcuni giocattoli (bambole, orsacchiotti, oggetti morbidi e caldi), secondo la maggior parte degli studiosi, sono insostituibili: essi rappresentano, per i bambini e le bambine, simbolicamente la figura del genitore e, nei momenti di frustrazione, gli amici con cui dialogare. Che i bambini si divertano è anche vero, ma fanno nello stesso tempo qualcosa di terribilmente serio, pur se gli adulti faticano a riconoscerlo.

La televisione propone giocattoli che soffocano la spontaneità dei bambini, che devono giocare tutti con gli stessi oggetti. È un condizionamento precocissimo all’uniformità, al subire la moda. Se invece fin dal primo anno di vita del bambino si ha il coraggio di non seguirla, ci si può sottrarre, quando i bambini cominciano a frequentare la scuola, alla richiesta pressante del «lo voglio anch’io» perché li avremo aiutati a custodire il loro tesoro di immaginazione e non avranno più interesse a questo tipo di appiattimento della realtà.

È bello per i bambini non solo usare oggetti fatti «dal mio papà» o «dalla mia nonna», ma anche averli visti nascere sotto i loro occhi, un’esperienza del fare e del giocare con poco, anch’essa oggi perduta. In questa prospettiva è possibile constatare come il giocattolo può facilitare la conoscenza della realtà contribuendo a liberare le capacità immaginative del bambino, sollecitando una «forte attività di rappresentazione mentale…».

Se i grandi si fermassero a osservare i bambini nelle loro situazioni spontanee, non comprerebbero loro oggetti tutti in plastica di chiassosi colori: piattini, pentolini, pane, uovo fritto, pollo arrosto, cipolle, frutta, si fermerebbero con i bambini che fanno giochi di invenzione con cibi su cucine improvvisate, su uno scalino o su un sasso. I giochi standard o imposti dal marketing uccidono l’immaginazione. Non c’è giocattolo che possa stimolare le capacità ludiche e creative del bambino e introdurlo al gusto di far da sé, di inventare, di giocare collocandosi nella prospettiva del “come se”, più degli elementi naturali (sabbia, acqua). Alcuni giochi possono essere occasione di autentico divertimento e stimolano la ricerca di compagni di gioco. Il valore di questi giochi è dovuto anche alla povertà dei materiali con cui sono costruiti. È proprio a causa della loro semplicità che lasciano grande spazio alla fantasia e, i bambini, di fantasia ne hanno da vendere. Al contrario i giochi moderni fanno tutto da soli, mettono da parte il bambino e gli lasciano solo il ruolo di spettatore.

Il giocattolo svolge un ruolo di facilitazione dello sviluppo del linguaggio gestuale e verbale; esso è bene che sia “un po’ incompleto” ma non grossolano, né troppo approssimativo riguardo alla fedeltà nella riproduzione della realtà, perché «il giocattolo incompleto stimola il bambino alla costruzione di accessori e quindi a sempre nuove e diverse situazioni di gioco».

Quel che consente perciò di distinguere ciò che per il bambino è giocattolo da ciò che non lo è, non è tanto il fatto che un certo oggetto sia stato costruito o meno per assumere quella funzione, quanto piuttosto l’uso che il soggetto ne fa. Quel che è stato pensato e fabbricato come giocattolo può non essere tale per il bambino, mentre possono diventarlo molte altre cose, che non sono state specificamente pensate per tale scpo. La “qualità” giocattolo non appartiene, dunque, tanto all’oggetto, ma è piuttosto conferita ad esso in base all’uso che ne viene fatto (Serafini).

Pertanto si può parlare di materiale ludico formale, cioè costruito dall’adulto perché possa diventare giocattolo, e informale, cioè di materiale che il bambino utilizza per giocare, come ad esempio l’acqua, la sabbia e oggetti vari, per non dire il proprio corpo e quello della madre come avviene particolarmente nella prima infanzia… È superfluo ricordare che il bambino usa sia il materiale formale che informale o separatamente o insieme per costruire la “sua realtà”, il mondo del “come se…” di cui egli è indiscusso regista… Pertanto la qualità del giocattolo è data dalla qualità del rapporto che si instaura tra lui e “l’oggetto”. Comunque, è sempre da preferire il materiale ludico che sollecita a costruire, a realizzare, a inventare, a immaginare, ad andare oltre “l’oggetto” per favorire l’esercizio del pensiero divergente, della capacità di ridefinizione. Spesso il giocattolo è donato: il senso della donazione è quello di permettere un’esperienza che possa avere lo stesso senso del cibare, il dono del giocattolo simbolizza il desiderio di alimentare l’altro di cose soddisfacenti e gratificanti anche più del cibo, come il gioco.

In quel caso la perdita dell’oggetto è sostituita dalla risposta psicologica prevista, od intenzionalmente preparata, di un possesso con caratteristiche diverse: la continuità della relazione con l’altro. Ciò perché il dono implica una richiesta di possesso che supera l’oggetto donato e si manifesta nell’ambito di una relazione tra persone. Il bisogno psicologico a stabilire e mantenere la relazione tra esseri umani è probabilmente all’origine del comportamento di scambio Il linguaggio è un modo per prolungare le possibilità di scambio, ha acquistato le caratteristiche di alimento psicologico ed affettivo che perdura anche a distanza di tempo dalla sua espressione e permette ulteriori comunicazioni od azioni comuni.

L’analogia tra dono e linguaggio è ancora più evidente nel caso della comunicazione scritta, in cui l’oggetto concreto di scambio si prolunga oltre le dimensioni di spazio e tempo. L’attenzione per gli “aspetti creativi” tiene presenti altre “funzioni” del giocattolo stesso e il contributo che può offrire agli effetti dello sviluppo della motricità, dei collegamenti “percettivi-motori” e di quello comunemente detto “cognitivo”, favorendo le capacità di osservazione, di analisi e di sintesi, consentendo di passare dalla visione globale a quella delle singole parti. È inoltre opportuno conoscere il valore affettivo degli oggetti ludici e il ruolo terapeutico che essi possono svolgere, il significato che il giocattolo può assumere sul piano dell’educazione morale e sociale.

Agli effetti della scelta del giocattolo da parte dell’adulto, è evidente l’importanza della conoscenza del bambino e delle “funzioni” il cui sviluppo può essere favorito e incrementato «purché gli si consenta e lo si stimoli a utilizzarlo come vuole, a farne quegli usi a cui non aveva pensato»(Serafini). Per favorire un rapporto creativo tra il bambino, il gioco e il giocattolo è indispensabile riconoscere i bambini come soggetti attivi, originali, intraprendenti, attori della loro crescita e della loro educazione, desiderosi di crescere e di affermare la loro umanità.