4. Aspetti neurobiologici correlati all’apprendimento e al gioco

Gli esseri umani hanno una forte capacità di apprendere e di registrare nuove informazioni in maniera inconscia, acquisendo una cosiddetta memoria non associativa anche in assenza di apprendimento consapevole o dichiarativo. La memoria dichiarativa si basa sull’apprendimento e la memorizzazione attiva, e dipende dalla regione cerebrale temporale comprendente l’ippocampo. Se l’ippocampo e le strutture collegate vengono lesionate o distrutte, il paziente perde la capacità di apprendere nuovi ricordi e di accedere alla memoria recente.

L’apprendimento abitudinario, invece, si verifica quando l’informazione è registrata inconsapevolmente, mediante la ripetizione o il processo per tentativi ed errori. Si ritiene che questi ricordi siano conservati in una differente regione del cervello, il ganglio basale. Scimmie con lesioni nell’ippocampo, al contrario di uomini con lesioni simili che hanno difficoltà ad apprendere determinati compiti, riescono a svolgere gli esercizi normalmente, forse per abitudine. Squire e colleghi hanno sottoposto due volontari umani che soffrivano di amnesia a una serie di semplici esercizi di discriminazione fra oggetti. All’inizio di ogni sessione, i pazienti non ricordavano di aver già svolto in precedenza l’esercizio. Ma dopo aver ripetuto il test numerose volte, riuscivano a scegliere la risposta corretta in maniera automatica grazie all’abitudine.

Pur non esistendo – come si credeva fino a poco tempo fa – un vero e proprio “centro del piacere”, sensazioni piacevoli, ad un tempo basilari e complesse, lasciano un segno inconfondibile, che alcuni neuroscienziati sono anche riusciti a “vedere” con la risonanza magnetica funzionale. Ricerche hanno evidenziato che certi circuiti cerebrali ed alcuni neurotrasmettitori sono implicati nel suscitare in noi le sensazioni correlate allo sforzo di raggiungere qualcosa e al sentimento provato al raggiungimento dell’obbiettivo.

Mentre cinquant’anni fa si guardava alle emozioni come a stati intermittenti di reazione che interrompevano un flusso diretto di attività mentale tra lo stimolo e la risposta, adesso si ritiene che le emozioni si riferiscono invece a costruzioni che coinvolgono processi attivi, adattativi, crescenti. In ambito neurofisiologico, di recente Panksepp, che ha esposto le sue ricerche nel testo Affective Neuroscience, ha affermato che per comprendere il Disturbo da Deficit dell’Attenzione con Iperattività è opportuno indagare l’attività del sistema emozionale cerebrale che media il comportamento di gioco, localizzato in zona temporo-parietale.