Continua da “Pericoli nella raccolta e consumo dei funghi”

Dopo aver verificato che siano sicuramente commestibili (in caso di acquisto esiste una certificazione), si deve controllare che il fungo sia sano e ben pulito. Per essiccare i funghi, si rimuove la terra, senza lavarli, si affettano e si mettono le parti su un canovaccio pulito al sole, conservandole poi in luogo fresco e asciutto. Per congelarli è opportuno scegliere solo funghi giovani e non troppo grandi. Prima di riporli nel freezer domestico è consigliabile sbollentarli (escluso i porcini). In ogni caso si raccomanda di consumare i funghi congelati entro i 6 mesi.   Per metterli sott’olio bisogna preventivamente far bollire i funghi in una soluzione con 2/3 di aceto e 1/3 di acqua – per prevenire il rischio botulino – per circa 20 minuti, scolarli e farli asciugare. Poi si procede all’invasatura, in contenitori sterilizzati prima dell’uso, con olio d’oliva.

 fungo buono e quello malefico  Meglio non dare i funghi ai bambini, anche quelli commestibili, perchè in realtà sono sempre  indigesti, donne in gravidanza e persone che presentano intolleranza a farmaci o che sono affette da specifiche patologie epatiche e renali, perché potrebbero avere maggiori difficoltà di guarigione da una eventuale intossicazione di funghi: un fegato già sofferente fa più fatica a riprendersi dall’insulto della tossina.

   In caso di insorgenza di uno o più sintomi associati al consumo di funghi (tremore, vertigini, visione offuscata, nausea, vomito …), chiamare un centro antiveleni. I sintomi possono manifestarsi più frequentemente entro 12 ore dopo il consumo, ma in alcuni casi, intossicazione possono comparire più tardi. I sintomi più diffusi di intossicazione o avvelenamento  si distinguono tra  sindromi a breve latenza, i cui sintomi compaiono dai 30 minuti alle 6 ore dopo l’ingestione e si risolvono in circa 24 ore (di solito a basso rischio per la vita), e sindromi a lunga latenza, i cui sintomi compaiono tra le 6 e le 20 ore dall’ingestione, che invece sono pericolosissime.

     Le sindromi a breve latenza, a seconda del sintomo predominante, si distinguono in: sindrome gastrointestinale (nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, disidratazione); sindrome panterinica (sonnolenza, agitazione, disorientamento, convulsioni);  sindrome muscarinica (sudorazione, lacrimazione, ipotensione, difficoltà respiratorie); sindrome psicotropa (allucinazioni); sindrome coprinica (in associazione ad alcool: arrossamento cutaneo, agitazione, ipotensione); sindrome paxillica (anemia emolitica, per ingestioni ripetute); sindrome nefrotossica (insufficienza renale transitoria).Ricca raccolta di funghi

     Le sindromi a lunga latenza sono caratterizzate da sintomi più gravi: sindrome falloidea con prevalente interessamento epatico (ripetuti episodi di vomito e diarrea, epatite acuta con possibile necessità di trapianto, potenzialmente mortale); sindrome orellanica (insufficienza renale con necessità di dialisi o trapianto che si evidenziano anche con 15 giorni di ritardo); sindrome giromitrica (sonnolenza, agita­zione, convusioni, contrattura muscolare, anemia emolitica, danno epatorenale).

Qualche “luogo comune” da sfatare. I rimedi “fai da te”, dall’aglio al cucchiaio d’argento che si anneriscono se i funghi sono velenosi, sono assolutamente inutili. Inoltre, non è vero che tutti i funghi che crescono sugli alberi non sono tossici, o che sono buoni se sono stati mangiati da parassiti, o che diventano velenosi solo se cresciuti vicino a ferri arrugginiti, o che sono velenosi solo i funghi che cambiano colore al taglio e, non è vero neppure, che la velenosità del fungo si vede dall’aspetto… Anche il latte, che si ingerisce dopo i sintomi di intossicazione, credendo che sia un antidoto, è inefficace.

    L’unico modo per capire se un fungo è velenoso è farlo controllare da un vero micologo e, in caso di comparsa di sintomi gastrointestinali, occorre recarsi immediatamente al Pronto Soccorso, possibilmente portando con sé i residui di pulizia dei funghi o gli avanzi del pasto che si è consumato per fa­cilitare l’individuazione della specie fungina responsabile dell’intossicazione.

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