16. Le possibilità che offre il gioco con gli animali

Per caso il neuropsichiatria Levinson si accorse, all’interno di una seduta di terapia di un bambino autistico, che la presenza in studio del suo cane Jingles era di grande aiuto. Infatti, alla fine della seduta, tra lo stupore del terapeuta e del genitore che lo accompagnava, il bambino, espresse il desiderio (forse il primo!) di tornare nello studio di Levinson, per rivedere il cane. Nelle sedute successive questo bambino trovò due terapeuti: il cane Jingles e Levinson. Il bambino cominciò a giocare col cane e, gradualmente, a questo gioco si aggiunse anche il neuropsichiatra, che riuscì così a stabilire un ottimo rapporto con il suo piccolo paziente.

Dopo questo episodio, il neuropsichiatra continuò a sperimentare questo tipo di terapia, che chiamò “pet therapy” (da ‘pet’ che in inglese significa ‘animale domestico’). La terapia era basata sulla comunicazione tra paziente, animale e terapeuta. Il mezzo privilegiato di comunicazione era il gioco. Le esperienze di questo pioniere della co-therapy con gli animali furono riprese negli anni settanta dai Corson, due psichiatri che operavano nell’ Ohio. Costoro avevano osservato che alcuni loro pazienti affetti da psicosi mostravano di sentirsi molto meglio grazie alla pet therapy, mentre altre terapie avevano fallito. Dei 50 soggetti esaminati, la pet therapy non ebbe successo solo in 3 casi (si trattava di soggetti che non gradivano la presenza degli animali). In questa sperimentazione alcuni cani vennero introdotti direttamente nelle stanze di pazienti che trascorrevano la maggior parte del loro tempo a letto.

La conclusione dei due ricercatori fu che i cani rappresentano un validissimo strumento terapeutico aggiuntivo, che facilita la risocializzazione. In seguito la dottoressa Friedman dimostrò che la presenza di un animale nella vita dei malati, specialmente nell’anno successivo all’infarto, fosse il fattore sociale più significativo per la previsione della sopravvivenza del paziente.

Nel 1981 anche il ricercatore Katcher dimostrò che la presenza di animali domestici riduceva l’ipertensione arteriosa: dopo l’accarezzamento di un cane o di un gatto, la pressione dei soggetti analizzati si abbassava notevolmente e successivamente bastava evocare l’immagine per ottenere immediati miglioramenti. (accarezzare l’animale fa bene anche all’animale, dal momento che anche i suoi battiti cardiaci rallentano e i muscoli si distendono).

In campo pediatrico, le Terapie Assistite dagli Animali trovano applicazione soprattutto nel trattamento dei disturbi comportamentali di bambini con difficoltà di socializzazione, scarsa autostima, basso rendimento scolastico ed in particolare nel trattamento dell’autismo. Si è visto che un bambino con difficoltà di relazione sociale preferisce animali grandi, probabilmente perché questo gli trasmette un senso di sicurezza e di protezione; chi ha problemi legati alla sfera psichica preferisce invece gli animali di taglia più piccola.