15. Gioco e “autonomia”

L’adulto individua che cosa è importante guardare nel fare del bambino, aiuta ad individuare gli svolgimenti possibili, la profondità che il fare può assumere; non decide il tipo di attività di gioco, ma cura la qualità della relazione, lo stile di rapporto, l’uso dello spazio, i ritmi della giornata, le regole, in modo da permettere al bambino di individuarsi in rapporto a sé, agli altri, alle cose. Il gioco non è ‘fare quello che si vuole’ in opposizione all’assolvimento di consegne, ma, al contrario è espressione della possibile autonomia del bambino. La parola autonomia è usata nel significato di capacità di riconoscere sé in rapporto alla realtà.

L’atteggiamento della madre è raramente quello di insegnare ma questo non significa che la madre non abbia presente che il suo bambino deve imparare. Quando il bambino è in azione, la madre lo accompagna, lo corregge, se necessario gli indica come fare perché possa essere realizzata la ‘sua’ idea. La crescita non è lineare, ma procede per evoluzione e regressi. Gli adulti devono usare la ragione per esplorare con l’osservazione e il rapporto ciò che il bambino vuoi dirci.

Siccome il bambino è normalmente proteso ad imparare, sembra che l’adulto debba decidere ciò che lui deve imparare, mentre la sua responsabilità non è quella di ‘sfruttare’ questo suo desiderio di conoscere, ma di sostenere questo suo atteggiamento. Il compito dell’adulto è quello di aiutare il bambino a capire che lui è lì pronto a rispondere alla sua domanda. Stare al gioco non significa lasciar giocare, significa accettare che siano i bambini a guidare una serie di scelte, di condizioni, di percorsi.

Il gioco, amato, curato, osservato, valorizzato dall’adulto, ha la stessa potenza di ciò che normalmente viene ritenuto più importante, perché affina le abilità e introduce nei complessi modi di stare in rapporto con se stessi, con gli altri, con le cose. Proprio in quanto non costituito da un apprendimento per concetti, ma fortemente legato all’azione e al contesto familiare e sociale, il gioco nell’infanzia rappresenta la chiave di accesso alla cultura. Il bisogno sempre più diffuso per lo sviluppo sia dell’identità sia cognitivo è la capacità di paragonarsi con i dati della realtà. I bambini vengono sempre più spesso inseriti in un universo fatto di segni e non di cose. Si misurano con parole, immagini, materiali.

Sono pochi gli oggetti della realtà con cui hanno a che fare: la televisione stessa è un segno. Se i nostri bambini corrono un rischio, questo è certamente sul fronte del rapporto con la realtà. Il bambino non ha solo bisogno di imparare a fare le cose, ma di mettersi in rapporto con esse. Accettare l’istintiva curiosità del bambino significa stare attaccati alle radici dell’apprendimento