14. Il ruolo degli adulti nel gioco dei bambini

Molto spesso c’interroghiamo sul ruolo del gioco per i nostri figli, e correttamente rispondiamo che esso rappresenta “il loro modo di lavorare”. Di rado riflettiamo, però, sulle ripercussioni che ha nel loro sviluppo il gioco che essi fanno con noi genitori.

Negli ultimi decenni è stata data giustamente molta importanza alle relazioni familiari, al loro influsso sulla personalità e sulla socializzazione dei bambini, giungendo a riconoscerne un ruolo prioritario. Le relazioni, infatti, che si stabiliscono in famiglia, tra i diversi membri che la compongono, costituiscono un ambiente naturale d’apprendimento di concetti e d’attitudini che agiscono come rinforzo e come motivazione per il raggiungimento di nuovi obiettivi educativi.

Partendo dal presupposto che il gioco è la migliore forma di attività infantile, necessaria per tutti i bambini, è bene utilizzarlo correttamente per favorire il loro sviluppo globale. Oltre ad essere una necessità biologica e fisiologica, il gioco è per il bambino un veicolo di espressione di emozioni e di sentimenti; contribuisce alla formazione della sua coscienza morale e sociale, lo stimola a trovare nuove e ingegnose soluzioni, e lo aiuta ad adattarsi all’ambiente che lo circonda. Uno studio recente sui giochi più adatti ad ogni singola età, ha messo in rilievo che nei primissimi anni di vita, il gioco più apprezzato ed amato dal bambino è normalmente sua madre o, in via del tutto eccezionale, “quella” persona adulta che si prende cura di lui.

Il bambino fin da piccolo avverte un fascino speciale nei confronti della madre, per esempio quando ascolta la sua voce, quando lo accarezza, quando la vede ripercorrere con le dita il suo viso o il suo corpo; la mamma, per il bambino, è tutto; è lei che lo rende sicuro e che lo ama, è lei che gli trasmette fiducia, che lo prende in braccio, e che è disposta a rispondere alle infinite richieste che il bambino le rivolge. Per questo spesso si sente affermare che la madre è un “giocattolo universale”.

La funzione dell’adulto è primariamente quella di osservare ed ascoltare il bambino, per riuscire a cogliere i suoi ritmi e le sue iniziative, poi di aiutarlo a dare un nome alle cose ed un senso alle azioni. L’adulto dovrebbe avvicinarsi al bambino che gioca, accettare di essere suo complice o compagno nelle avventure sognate, perché l’aiuto di partenza consiste nel creare attorno all’attività ludica lo spazio, il modo, i materiali, gli accessori, gli spunti per giocare, costruire, collezionare, sperimentare, disegnare, recitare…

Non è utile organizzare o capire, ma piuttosto… stare insieme al bambino quando si diverte. Posti nelle condizioni più favorevoli, fisiche, tecniche e psichiche, saranno i bambini stessi a chiedere all’adulto aiuto e suggerimenti. Oggi purtroppo viviamo in un’epoca in cui molti genitori e molti madri, costrette dal lavoro, non hanno molto tempo a disposizione da dedicare ai loro figli; questa condizione genera a sua volta, con un effetto boomerang, che gli stessi bambini trascorrano molto tempo fuori casa rispetto agli anni precedenti: tutto questo crea fratture nella comunicazione tra genitori e figli. Di fronte a un tale quadro, il gioco può servire ad ampliare il campo di azione delle relazioni tra i genitori e i figli e, in particolare, tra le madri e i figli. Il gioco unisce i bambini agli adulti e viceversa. Giocare equivale a farsi conoscere meglio dai propri figli, e a conoscere meglio i figli, a conoscersi e a identificarsi maggiormente nel ruolo genitoriale, a dialogare e a creare legami più forti. Si può affermare che giocare è il miglior modo di educare.

Anche la scuola ha espresso la sua posizione. Gli educatori della scuola italiana sono chiamati a strutturare:- una relazione personale significativa tra pari e con gli adulti, nei più vari contesti di esperienza, come condizione per pensare, fare ed agire- a valorizzare il gioco in tutte le sue forme ed espressioni (e in particolare del gioco di finzione, di immaginazione e di identificazione per lo sviluppo delle capacità di elaborazione e di trasformazione simbolica delle esperienze): la strutturazione ludiforme dell’attività didattica assicura ai bambini esperienze di apprendimento in i tutte le dimensioni della loro personalità – a stimolare al fare produttivo ed alle esperienze dirette di contatto con la natura, le cose, i materiali, l’ambiente sociale e la cultura per orientare eguidare la naturale curiosità in percorsi sempre più ordinati ed organizzati di esplorazione e ricerca. I bambini hanno un loro singolare modo di apprendere, di rivolgere l’attenzione, alle condizioni che facilitano il loro apprendimento e all’atmosfera più adeguata a consentire loro di giocare con serenità, con gioia e creatività.

È ingenuo pensare che basti lasciar giocare i bambini o farli giocare. Non basta e non è produttivo il permissivismo perché il bambino che “è mandato a giocare da solo nella sua stanza può vivere… questa esperienza come una “punizione” e può sentirsi messo da parte, isolato o scaricato. Il gioco, amato, curato, osservato, valorizzato dall’adulto, ha la stessa potenza di ciò che normalmente viene ritenuto più importante, perché affina le abilità e introduce nei complessi modi di stare in rapporto con se stessi, con gli altri, con le cose. L’adulto che partecipa al gioco dei bambini garantisce i confini e la sua presenza sembra dare tono al gioco. Spesso in famiglia i bambini sono figli unici che, quando non sono lasciati soli in casa davanti al televisore, convivono con adulti, spesso i nonni, le baby-sitter, talvolta i genitori.

Di fatto i figli hanno una vita che, nonostante la disponibilità dei genitori nei loro confronti, è calibrata su quella degli adulti. I loro sonni vengono interrotti dalla sveglia che suona per i genitori, le cui esigenze condizionano e allungano gli orari delle istituzioni educative (nidi infantili e scuole materne) e la scelta delle vacanze, delle occupazioni per il tempo libero e dei programmi televisivi da vedere in famiglia.

Alcuni genitori ritengono che i figli debbano inseguire il successo e pongono al primo posto dei valori la bellezza del corpo, ritenendo che i loro figli debbano essere belli e simpatici per trovare aperte le porte in tutti gli ambiti. Il successo che si desidera è anche quello di tipo intellettuale: da ciò deriva la corsa ai precocismi, agli efficientismi, agli anticipazionismi (i bambini fanno danza, inglese, sport). Privati del loro spazio di sogno e di fantasia i figli non diventano più intelligenti e capaci, anzi la ricchezza è spesso dovuta al gioco che spinge ad inventare e costruire.

Sembra allora doveroso restituire ai bambini gli spazi di vita ed educativi che il nostro modo di vivere ci ha tolto ed appare indispensabile recuperare il contatto con la natura per poter provare la gioia della scoperta, per comprendere come “funziona la vita”, quali sono le condizioni che la rendono possibile e quali sono le relazioni che si stabiliscono tra gli esseri viventi e l’ambiente in cui vivono.

Il bambino può realizzare queste conquiste attraverso esperienze gioiose e gratificanti che i genitori possono favorire anche quando hanno poco tempo pochi spazi a disposizione, approfittando delle vacanze, delle gite domenicali, dei giardini pubblici, del terrazzo della propria abitazione e delle opportunità che alcuni orti botanici offrono ai fanciulli.

Anche le attività di coltivazione delle piante e di allevamento di piccoli animali, mentre costituiscono una gioiosa esperienza ludica, educano all’impegno e alla responsabilità nei confronti della loro vita e sono gratificanti, perché consentono ai bambini di constatare e di apprezzare i risultati della loro azione, il frutto della loro fatica, il gusto di sentirsi utili.

Per valorizzare il gioco è opportuno valorizzare il rapporto con i bambini, che avvertono l’esigenza di fare “qualche cosa” insieme agli adulti, e specialmente ai genitori. Talvolta questo “qualche cosa” è un lavoro ma il bambino è lieto di essere coinvolto nell’attività dell’adulto, di stare con lui, di rendersi utile. In un’attività lavorativa che coinvolge un adulto e un bambino si inserisce un rapporto di gioco. “Quando l’azione acquista una sua autenticità e una sua importanza il bambino vive una particolare giocosità e sperimenta una particolare gioia in quell’esperienza. È esperienza di successo, di riuscita; è identificazione di capacità logica, è divertimento manuale, espressivo, identificatorio”. (Macchietti)

È interessante notare che i bambini – specialmente fra i 2 e i 5 anni – hanno piacere a cooperare alle attività degli adulti: se il padre prende in mano chiodi e martello o la madre prepara attrezzi e ingredienti per fare una torta o per lavare i piatti della merenda (questo secondo la classica divisione dei ruoli, ma oggi ogni tanto accade il contrario), subito il bambino è dappresso per curiosare, guardare e infine allungare le mani: «voglio fare anch’io!». Al solito gli adulti mostrano poca pazienza: commentano «Fa disastri, tocca tutto». La frase tipica dell’educazione tradizionale è ancora «guardare e non toccare, è una cosa da imparare». Invece è necessario armonizzare il lavoro manuale con quello mentale, sia per creare una personalità psico-fisica equilibrata, che non abbia difficoltà a muoversi nelle varie situazioni che incontra; sia per impedire che si formi -come spesso invece succede- la discriminazione del lavoro manuale rispetto a quello intellettuale.

Nella vita adulta, acquisita autonomia e responsabilità, la capacità di giocare si trasforma in capacità di lavorare quando sono state raggiunte le seguenti condizioni: – capacità di controllare o modificare gli impulsi, che da aggressivi-distruttivi devono diventare costruttivi; – capacità di portare avanti piani prestabiliti, trascurando il piacere immediato, le frustrazioni momentanee, e pensando invece al risultato finale; – capacità di passare dal principio del puro piacere (fonte di egocentrismo) al principio di realtà, che permette di vivere il piacere nel rispetto delle regole sociali.

Quando ci vogliamo interessare di educazione nelle attività di movimento e di gioco non possiamo dimenticare la corporeità.