Mente e cervello copertina del 28 luglio       Da qualche decennio a questa parte, il nostro modo di mangiare è cambiato. Mangiamo meno e meglio. Guardiamo molto di più alla qualità, alla salute. E tutto sommato ci interessiamo di cucina molto più di quanto facessero le generazioni che ci hanno preceduto. Soprattutto noi maschi, anche per i profondi cambiamenti sociali e culturali che hanno interessato la società. Fatto sta che mio padre, come tanti altri figli del dopoguerra, avendo una moglie casalinga, davanti ai fornelli era un pesce fuor d’acqua. Non sapeva cucinare un uovo sodo. E le mamme cucinavano all’antica, senza l’ambizione di impiattare come uno chef stellato. Ammesso che sapessero che cos’era, uno chef stellato. Oggi invece è l’era dei foodies, appassionati di cibo, e spesso di vino, fino all’ossessione.

Che non perdono un’occasione per seguire un corso di cucina thai o di fritti tempura, si presentano ai fornelli agghindati come fossero Gualtiero Marchesi e, naturalmente, sono costantemente Cuohi in biciclettasintonizzati sul canale del Gambero Rosso, passando per MasterChef, Hell’s Kitchen e Cucine da incubo. Perché la cucina ha invaso la tv. E ha un seguito sempre più numeroso. Mentre quelli che una volta chiamavamo cuochi vengono acclamati come fossero rockstar.

      Che cosa è cambiato da quando il volto della cucina in tv era quello di Ave Ninchi, accompagnata dall’indimenticabile aplomb di Luigi Veronelli? Perché lo chef da piccolo schermo ha tutto questo successo?

         Le ragioni possono essere molte, a cominciare dalla “fascinazione per la creatività”, come dice Paola Emilia Cicerone in Cuochi sul lettino, a pagina 34. Ma anche dal fatto che il nostro modo di cucinare, la cura che mettiamo nella preparazione di un piatto, è un’espressione della nostra personalità.  E addirittura, secondo Nino Ferro, presidente della Società psicoanalitica italiana, la passione per le trasmissioni in cui i concorrenti “sono maltrattati o cacciati in malo modo, ci permette di sfogare istinti che non possono trovare spazio nella vita reale, un po’ come la passione per le fiction sui serial killer”.

  discussione tra cuoche     In realtà, in una stagione in cui abbiamo tutti il chiodo fisso della forma, della salute, della dieta, forse questo continuo ficcanasare nei piatti degli altri è anche un modo per sublimare le nostre mancanze. Perché per molti il piacere della tavola si è trasformato in una specie di incubo. E non riescono a godersi una pastasciutta senza fare il calcolo delle calorie per poi andare a correre per smaltire.

      O forse, più semplicemente, è vero quello che scriveva a metà dell’Ottocento il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach: siamo ciò che mangiamo, a intendere l’inscindibile unità tra mente e corpo. Per pensare meglio, dobbiamo mangiare meglio.

       Dunque il cibo è un elemento determinante della nostra cultura e della nostra civiltà. E forse, a ben vedere, è sorprendente che solo adesso abbiamo iniziato ad appassionarci tanto a ciò che mangiamo.

Editoriale del n.128 di Mente&Cervello, in edicola il 28 luglio di Marco Cattaneo

 

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