Percentuali di plastiche nelle acque del mondo  Non era difficile immaginarlo, ma ora c’è anche una ricerca a metterlo nero su bianco:  parte della immensa quantità di plastica che produciamo (300 milioni di tonnellate annue, di cui una decina di milioni finiscono in mare…) ce la beviamo. Infatti, nell’acqua che beviamo ci sono microplastiche invisibili ai nostri occhi: microscopici frammenti che sgorgano dai rubinetti di tutto il pianeta, in gran parte prodotti dalle micro-fibre sintetiche con quali ci vestiamo e dallo sbriciolamento dei materiali plastici più grossi. Si potrebbe dire in maniera “democratica”, infatti senza distinzioni tra Nord e Sud del mondo o tra le fasce di reddito, con effetti per la salute umana non ancora ben noti e sui quali si sta ancora indagando, tra gli altri, l’Efsa, l’autorità europea per la sicurezza alimentare. La ricerca, è stata condotta Orb Media, una organizzazione non profit di Washington che ha lavorato con le università di New York e del Minnesota, e condivisa con il giornale Il Guardian.

A lato: Percentuali delle microplastiche contenute nei campioni delle acque potabili dei vari Stati prelevati da Orb Media per la ricerca

  Un ecosistema “impolverato”. L’83% dei 1159 campioni idrici esaminati, provenienti da 14 diversi paesi percentuali inquinamento plastichedel globo, è risultato contaminato con punte più alte negli Stati Uniti (94%) seguiti da Libano e India, e il tasso più basso in Europa (72% dei casi). Persino l’acqua dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, ironia della sorte, o del Campidoglio, a New York, non sono risultati immuni da microfi­bre. La distribuzione risulta abbastanza uniforme sulla rete idrica del globo il che fa pensare all’aria come al principale veicolo di propagazione delle “polveri” di polimeri che s’infiltrano nelle falde acquifere, Né le sorgenti naturali di Beirut né i pozzi di approvvigionamento dell’Indonesia sono risultati al riparo dal problema. Idem per l’acqua minerale in bottiglia, o almeno per quella testata negli Usa con esito positivo ai controlli.

   Secondo Luca Mercalli,  presidente della Società Meteorologica Italiana, “si tratta di un disastro che ingigantisce ogni giorno e che diventerà sempre più diffìci­le da bonificare per i nostri figli e nipoti. Cosa fare? Prima di tutto bisognerebbe mettere uno stop rapido e globale a questo troppo disinvolto spargimento di plastiche: una tassa a cauzione su tutti gli oggetti e gli imballi, che favorisca la riconsegna a punti di raccolta capillari sul territorio invece che l’abbandono, almeno non incrementeremmo la dimensione del problema. Poi bisognerebbe raccattare quello che in quasi un secolo abbiamo sparso ovunque. Diffìcile farlo nell’immensità degli oceani (si favoleggia di macchine miracolose per ripulire le acque, dimenticando che richiedono anch’esse energia e materie prime e non sono bacchette magiche), ma almeno sulle terre emerse, sotto casa nostra, sarebbe facile riavvolgere il nastro dell’ignoranza: ci sono più di sette miliardi e mezzo di mani che hanno buttato, si pieghino a raccogliere ogni giorno un rifiuto e lo differenzino con cura, il risultato sarebbe molto più evidente che mille inutili parole”.

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