‘Biologico’, ‘km zero’ sono termini sempre più presenti nella nostra quotidianità, dal cibo al vestiario, dall’igiene alla cosmesi. Negli ultimi anni l’agricoltura che non ricorre a prodotti chimici e sfrutta la naturale fertilità del suolo, con il fratello minore, il km. zero, è arrivata prepotentemente sulle nostre tavole e nei supermercati. Mangiare, vestire e comprare bio è divenuto sinonimo di salutare e di correttamente ecologico.

giovane rgazza con prodotti bio“In questi decenni è cresciuta molto l’informazione delle persone sull’ambiente e la salute e la consapevolezza dei problemi che derivano da politiche economiche dissennate, dalla corsa ai profitti, senza attenzione alle conseguenze, e la diffidenza nei confronti di una certa ricerca finanziata dalle industrie multinazionali”, spiega Silvia Caravita, ricercatrice associata all’Istituto di ricerca sulle popolazioni e politiche sociali (Irpps) del Cnr. “C’è una maggiore presa di coscienza del valore dell’ambiente che ci circonda e delle responsabilità che abbiamo di prendercene cura. E sostenere l’agricoltura biologica è uno dei modi a disposizione”.

  Occorre ora fare in modo che questa presa di coscienza diventi sempre più consapevole e non rimanga solo una moda. “La scuola ha contribuito molto alla diffusione dei valori e alla crescita delle conoscenze nel campo dell’ecologia”, prosegue la ricercatrice Irat-Cnr. “C’è attenzione da parte degli insegnanti all’alimentazione, alla lettura delle etichette alla composizione della dieta, al cibo della mensa scolastica, alle uscite didattiche in fattorie scuola, ormai entrate a far parte della programmazione scolastica. L’Italia è diventata uno dei principali produttori di alimenti biologici e la qualità del nostro cibo è riconosciuta dall’Unesco”.cassette con frutta a produzione biologica

  Negli ultimi anni molti mezzi di comunicazione hanno iniziato a sostenere i marchi a produzione biologica che troviamo sempre di più nei nostri supermercati, anche se a costi maggiori rispetto ai prodotti non bio. “A determinare il prezzo più elevato sono le rese minori rispetto alle produzioni agricole convenzionali, dovute alla rinuncia alle fertilizzazioni chimiche, e la maggior incidenza del danno da parassiti, che non possono essere contrastati con gli insetticidi”, spiega Francesco Loretodirettore del Dipartimento di scienze bio-agroalimentari (Disba) del Cnr. “Ci sono poi la maggior incidenza dei costi di manodopera necessaria per il controllo degli infestanti con mezzi fisici e la necessità di rotazioni agrarie con periodi di riposo dei terreni (set-aside). Coltivare biologico vuol dire produrre meno e con meno input energetici e nutritivi”.

Anche il km zero, che predilige l’alimento locale e più vicino fisicamente alle nostre tavole, ha costi più alti dell’agricoltura tradizionale. “È possibile che la disponibilità di prodotti di filiera corta anche nella grande distribuzione permetterà agli italiani di far coincidere tutte le loro aspirazioni di risparmio, salute ed ecologia, osserva Antonio Coviello dell’Istituto di ricerche sulle attività terziarie (Irat) del Cnr di Napoli.

Anna Maria Carchidi Fonte: Silvia Caravita, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, Roma 

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